Questa pagina presenta alcuni filoni della ricerca di Cesare Sartori, una piccolissima parte dell'opera di una vita.
Le innumerevoli espressioni della sua ricerca si affacciano da ogni angolo del suo laboratorio, nelle stanze della casa, nel giardino… Non in bella mostra di sé, ma in dialogo costante, in compagnia. Accomuna queste opere, così diverse tra loro, la profonda poesia di una visione del mondo che sa scavare oltre la superficie, e il vigore espressivo che viene dalla terra e dal fuoco.
Altre grandi opere hanno lasciato la fucina di Cesare Sartori per portare il loro messaggio in altri luoghi. Molte hanno carattere religioso, ma è una religiosità laica e profondamente etica che diventa linguaggio universale. Alcuni luoghi: il cimitero di Nove (VI) (portale e Cenotafio), la Chiesa dell'Immacolata di Montecchio Maggiore (VI) (Portale, Cappella Battesimale, "Via Crucis" o Mistero Pasquale, Cappella Mariana), la Chiesa della Madonna degli Immagrati di Berna (Via Crucis), Ristorante Contarini (i racconti del Brenta).
Spunti di lettura dell'opera di Cesare Sartori
Archetipi dell'uomo, le porte si dischiudono sulla nostra interiorità, risvegliano in noi il riconoscimento e la consapevolezza.
La porta della Periferia ha tante finestrelle, chiuse da inferriate: vi si affacciano volti, i nostri. Lontani dal cielo, come dalla terra. Spaesati. In attesa. Il profilo superiore è incerto e impervio come il nostro andare nel mondo. "Anche questa porta ha qualcosa di sacrale. Le periferie sono sempre talmente tristi…" commenta Cesare Sartori. Poi aggiunge: "Gli architetti del Novecento andranno tutti all'inferno."
La porta dell'Angelo accoglie i fedeli nella chiesa. L'angelo stesso si apre, per accogliere dentro di sé. Alle sue spalle la Croce e, tutto intorno, figure evangeliche. O forse semplici figure umane, affacciate sul mistero della fede. La porta dell'Angelo (2005) è nella Chiesa dell'Immacolata, a Montecchio Maggiore (VI). Nel laboratorio di Sartori, decine di schizzi e modelli testimoniano un anno e mezzo di riflessione e ricerca.
La porta Federico Fellini è un omaggio a un grande italiano, a uno che "non aveva paura di sbagliare". Le due F sono come occhi, che si aprono sulla vita con la stessa libertà di visione dei due uccelli in volo che li circondano.

Come Tavole della Legge spezzate, i profili delle fraglie sono laceri. Segni arcani, graffi profondi, ne incidono la superficie, tracciando forse i profili di castelli e città. Come antiche tavolette degli scribi, coperte da uno strato di cera, le fraglie sembrano salvare le ultime tracce di un'antica scrittura: lettere e numeri, impressi nella materia grezza, forse memoria di un'antica conoscenza, di un'antica saggezza ormai scomparsa. La terra è la materia più antica. Le tracce dell'uomo, su questa terra, sono come quei graffi sulle fraglie: dolenti e quasi incomprensibili. Restiamo muti, davanti a noi stessi.
Le formelle raccontano altre storie, come pagine di un libro: sul rosso della terra compaiono volti e finestre, tetti e alberi, paesaggi interiori. Oppure magiche superfici vetrate, dai colori marini, percorse da una fitta ragnatela di screpolature. Il vetro e la terra, uniti dal fuoco.
Gli scrigni sono figura dell'uomo. La dura crosta esteriore si squarcia, con dolore. Dai lembi frastagliati, in profondità, si scorge l'azzurro, il viola, il verde, l'arancio… I colori dell'anima e del pensiero. La libertà ce l'abbiamo dentro. Cesare, con suprema leggerezza, ci infila qualche rametto di pino. Lo scrigno – figura dell'uomo – in fin dei conti non è che un vaso.

L'essenza dell'albero. Tanto più lontana da Linneo, quanto più vicina alla verità della Natura.
Gli alberi di Cesare hanno le forme e i colori più vari. Alcuni hanno chiome di pini marittimi, verdi arancio azzurre. Altri sono alberi in inverno, nudi, sofferti, dai colori più quieti, ruvida corteccia e rami levati verso l'alto.
A ben guardare, i rami suggeriscono braccia protese: in preghiera, in ringraziamento, in accoglienza… Sono uomini, questi alberi: radicati nella terra, ma tesi verso il cielo. Fragili nella loro nudità, ma resistenti, resilienti. In mezzo agli alberi, uguale a loro, un Francesco, albero e uomo, fa da nido a una colomba.
La laica religiosità di Cesare Sartori trova qui, in questo intimo incontro con la Natura, la sua sintesi più vibrante.

Vasi e vassoi, fruttiere e piatti e scodelle e coppe e calici… Il tornio modella le curve, forme essenziali, eleganti, antiche. I colori le riempiono di vita: i colori caldi della terra disegnano spirali o cerchi concentrici; i colori intensi del mare racchiusi nel vetro giocano a contrasto con la materia prima; toni lievissimi di verde e d'azzurro, quasi trasparenti, evocano atmosfere orientali.
L'arte è – e deve essere – nel quotidiano, perché la bellezza di cui ci circondiamo non può che renderci migliori.

Erano rotoli di fogli di carta, intrisi dell'acqua e dei colori delle lavorazioni dei tessuti: materiali di scarto, acquistati all'ingrosso. In essi, Cesare ha saputo cogliere voci nascoste. Ed ecco, tra le mille increspature e le chiazze di colori tenui, apparire un profilo, degli occhi, una folta chioma: volti di donna, intensi e introspettivi. Li chiamiamo "ritratti", pur non essendo tali, perché in essi ciascuno può riconoscere qualcosa di sé.
Ama molto disegnare, il maestro: un tratto rapido e nervoso, che fatica a seguire il pensiero. Una passione coltivata sin dalla gioventù. Il laboratorio è colmo dei disegni preparatori, degli acquarelli, dei cartonici, degli oli su tela (o su qualsiasi altra superficie). Sembra un modo di pensare.
"Da studenti, si andava a ritrarre le donne del bordello" narra Cesare" le uniche disposte a mostrarsi senza veli. Andavamo di giorno, quando non lavoravano. Pochi rapidi tratti, per cogliere un'espressione, un gesto, un'emozione. Ricambiavamo per il loro tempo con qualcuno dei nostri disegni. C'era tra noi una sorta di reciproco rispetto: mai loro ci avrebbero confuso con i loro clienti, mai noi avremmo mancavamo loro di rispetto."
"Ti dirò che le cose che ho già fatto non mi interessano più. Mi interessano di più quelle che ho ancora da fare."
Cesare Sartori

















































